↑ Volver a BLOG

Gastronomia

IL PROSECCO

Una delle tante eccellenze italiane è quella dei vini. Oggi – anche se non dobbiamo brindare ad un incontro come cantava Peppino Di Capri – ci occuperemo del Prosecco.

Il Prosecco è un vino bianco a Denominazione di Origine Controllata (DOC) prodotto in Veneto e Friuli-Venezia Giulia nelle colline di Conegliano Valdobbiadene, che dal 2019 sono state inserite nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO: https://www.youtube.com/watch?v=4k9sxwEnBiE

Nell’antichità veniva decantato il vino “pucino” ed ai primi del Cinquecento la “ribolla”, prodotta a Trieste, venne dichiarata erede naturale del pucino per dare maggiore visibilità a questo prodotto che era inviato, appunto da Trieste,  in quantità alla casa d’Asburgo. Più tardi fu necessario distinguerla da altri vini prodotti a Gorizia e venne definita la caratterizzazione derivante dall’identificazione del luogo di produzione.

Esistono tre tipologie di Prosecco: il Prosecco propriamente detto, chiamato anche tranquillo; il Prosecco spumante ed il Prosecco frizzante.

In tutti i casi si tratta di un vino dal colore giallo paglierino, dall’odore fine e dal sapore fresco. La variante spumante può essere brut, extra-dry o dry, mentre le altre sono solo secche.

Qual è la differenza tra prosecco e spumante? Lo spumante può essere prodotto in qualsiasi zona e con qualsiasi vitigno. Il prosecco, invece, che è una DOC può essere prodotto solo in alcune zone del Veneto e del Friuli Venezia Giulia e dai vitigni Glera, Verdiso, Pinot bianco, grigio o nero e soltanto con metodo Charmat (questo metodo prevede che la seconda fermentazione avvenga in vasche d’acciaio inox e non in bottiglia).

Lo Champagne, invece, viene fermentato secondo il tradizionale metodo “champenoise”, in base al quale la seconda fermentazione avviene in bottiglia.

In questo brevissimo video si può apprezzare il percorso dalla vigna al calice:

https://www.youtube.com/watch?v=Zt2XerE8P5E.

 

Il Prosecco ormai è entrato a far parte della vita quotidiana degli italiani: come aperitivo (da solo o accompagnato da tartine con salmone o caviale, patè o formaggi e salumi), come vino da pasto (si abbina benissimo con moltissime varietà di pesce e con verdure come asparagi e radicchio trevisano).

E con il dolce? Con il dolce, proprio no! In questo caso le regole degli abbinamenti seguono il principio della concordanza, ovvero dolce con dolce.

 

TOPINAMBUR 

Oggi prendiamo di mira il topinambur, chiamato anche rapa tedesca, carciofo di Gerusalemme o girasole del Canada. In realtà il suo nome scientifico è “helianthus tuberosus” che deriva da due parole greche “helios” (sole) e “anthos” (fiore) in riferimento alla tendenza di queste piante a girare sempre verso il sole.

E’ una pianta perenne, il cui organo di sopravvivenza è un tubero da un anno al successivo, il quale viene usato come ortaggio e per questo viene chiamata anche “patata topinambur”.

I tuberi di topinambur si prendono in inverno, sono molto nutrienti e grazie al contenuto di inulina è una pianta molto indicata nella dieta di persone diabetiche.

Per chi fosse  interessato ad usarlo in cucina, la loro cottura è simile a quella delle patate. Possono essere consumati anche crudi con sale e pepe. Nella cucina piemontese sono tipici con la bagna càuda, con la fonduta o anche trifolati, mentre in quella siciliana trovano un uso sporadico nella farcitura di focacce.

Nella regione tedesca del Baden-Württemberg il topinambur viene utilizzato per produrre un liquore chiamato “Topi” considerato un digestivo.

A dimostrazione che anche di un tubero si può parlare poeticamente, vi lascio il link di  un breve video in cui l’attore Paolo Triestino legge un brano tratto dal libro “Suite bohémien” di Alessandra  Bernocco: https://www.youtube.com/watch?v=4Kk1jCdORMY&feature=share&fbclid=IwAR3quMqTwuzlPPnK53qw3a295t9AQ_bB4P_J1BMnbAx1Wx0NYWnnY8ufhFU

PANE TOSCANO

Sandro Botticelli e Leonardo da Vinci, dopo il loro incontro nella bottega del Verrocchio, avrebbero cementato l’amicizia aprendo un’osteria chiamata “Tre rane” sul Ponte Vecchio a Firenze. La clientela sceglieva il menù, sia leggendo le pietanze scritte da destra a sinistra dal mancino Leonardo, sia indicando le immagini disegnate dal Botticelli. L’elenco delle portate era molto ricco: dalla ribollita all’arista, dal baccalà ai ranocchi fritti. Ma – nonostante l’inventiva di Sandro e Leonardo –  l’osteria non ebbe lunga vita facendo perdere tracce di sè.

Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina, umanista e gastronomo italiano di quell’epoca, consigliava di tenere le rane (debitamente spellate e private della bile) per un giorno ed una notte nell’acqua fresca. Dopodichè asciugarle bene, infarinarle e metterle in una padella con abbondante olio caldo. Salare, pepare e far rosolare bene le rane da entrambe le parti, avendo cura di muoverle spesso. In una scodella battere delle uova con sale, pepe e limone; versare il composto sui ranocchi e completare la cottura a fuoco basso senza muovere la frittata.

Ciò che non ci dice è che sicuramente questa pietanza si accompagnava con dell’ottimo “pane toscano”, che a tutt’oggi è una delle eccellenze della cucina italiana e che gode del marchio “DOP” (Denominazione di Origine Protetta).

La storia italiana della panificazione è lunga e ricca. Gli etruschi, tra i primi italiani, adornavano le loro elaborate pareti tombali con scene di banchetti che includevano la macinatura dei grani.

Il pane toscano DOP ha un aspetto rustico, con linee spolverate di farina e una crosta color nocciola ed è insipido perché senza sale.

La leggenda racconta che, durante uno dei contrasti dovuti alla rivalità tra Pisa medievale e Firenze, il fiume Arno fu bloccato dall’esercito pisano, tagliando così la consegna di sale a Firenze. Ma i fiorentini continuarono a cuocere il pane … senza sale!

Un’altra spiegazione ci dice che il sale, un bene prezioso durante il Medioevo per la sua capacità di conservare gli alimenti, è stato tassato in eccesso. Il popolo non poteva permetterselo e, quindi, il pane quotidiano era fatto senza sale.

 

Vi lascio il link con la ricetta per fare il pane toscano a casa nel caso qualcuno di voi volesse cimentarsi in cucina: https://www.lacucinaitaliana.it/tutorial/i-consigli/pane-toscano/ perché sono sicura che nessuno di voi avrà il coraggio di preparare le rane … o sbaglio?

IL BAROLO

«Vinum regum, rex vinorum«, cioè  vino dei re e re dei vini. Da secoli è questa l’espressione che accompagna il Barolo, uno dei vini rossi più noti in Italia e nel mondo.

La storia del Barolo ha inizio 2500 anni fa: i primi estimatori di questo vino  furono i Galli ed in seguito i Romani  restarono colpiti dalla qualità del vino della zona di Alba (allora Alba Pompeia).

In alcuni documenti storici del 1268, conservati al castello di Rivoli, si cita l’uva del Nebbiolo. Ma la sua coltivazione e la produzione del vino si sviluppò nel Rinascimento.

Il Barolo cominciò ad avere notorietà nel 1751 quando un gruppo di diplomatici piemontesi spedì a Londra una partita di quel vino ed ebbe  grande successo ed il futuro Presidente degli Stati Uniti Jefferson lo definì “quasi amabile come il Bordeaux e vivace come lo Champagne”.

Il Barolo moderno nasce intorno al 1830. I Falletti avevano importanti proprietà terriere nel Comune di Alba dal 1250. Alla morte di Carlo Tancredi Falletti, la sua vedova acquisì tutte le proprietà della famiglia, chiamò l’enologo francese Louis Oudart che applicò le tecniche usate per i grandi vini francesi sul vino prodotto in quelle terre.

Anche i Savoia acquisirono terre nella zona di Alba e si dedicarono alla produzione di vino ed il Barolo divenne il vino ufficiale dei banchetti.

Camillo Benso, conte di Cavour, chiamò Louis Ourdart a curare il vino nelle proprietà di famiglia nella zona. E così che nacque lo stile moderno del Barolo che, per la prima volta nel 1844, venne imbottigliato come vino secco e fermo.

Come servire il Barolo? La temperatura ideale è di 18-29 gradi e gli abbinamenti più tradizionali sono quelli con piatti a base di carne rossa, come arrosti, brasati, selvaggina, ma anche formaggi stagionati a pasta dura.

Se parliamo di vino non possiamo non ricordare la parola d’ordine “Cin-cin” che ha un lontano origine in Cina.

Durante il regno dell’ultima dinastia cinese dei Qing (1644-1912). Era un’abitudine tipicamente cinese  offrire del tè agli ospiti marinai e commercianti durante le trattative usando l’espressione qing.

Il suono piacque così tanto agli inglesi che ne fecero un saluto un po’ scherzoso, con il senso di ‘buona giornata’, diffondendolo prima nell’Inghilterra vittoriana e poi gradualmente in tutti i Paesi europei.

Non si sa con esattezza quando il ‘cin cin’ sia stato introdotto in Italia, presumibilmente bisogna risalire all’inizio del XX secolo, come in Francia.