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Lingua e Tradizioni

MA QUANTE PAROLE !

Le parole sono tante, alcune ci incuriosiscono, altre sono più o meno note, ma tutte hanno una storia da raccontarci.

Una figura tipica del Medioevo era l’ amanuense, cioè il copista o scrivano, la cui etimologia deriva dal latino amanuensis, dall’espressione a manu (a mano).

L’amanuense è qualcuno che scrive a mano, ma originariamente a Roma, l’amanuensis era uno schiavo o liberto con funzioni di attendente personale del padrone. Colui che si trovava a portata di mano scrivendo a mano per suo conto, cioè era più un segretario  che un copista.

Posteriormente, l’amanuensis diventa parte vitale dell’industria culturale dei monasteri per la copiatura dei libri e la loro moltiplicazione, ovviamente a mano.

Libri e documenti di ogni biblioteca e di ricchi privati si sono riprodotti grazie agli amanuensi finché l’invenzione della stampa in Europa pose fine a questa professione.

La figura dell’amanuense ha comunque resistito per un periodo copiando atti e documenti effimeri che non era necessario pubblicare a stampa, quando ancora stampare era macchinoso.

Cambiamo completamente argomento e ci occupiamo di animali, più precisamente del maiale, un mammifero domestico della famiglia Suidae, detto anche porco o suino, appartenente alla stessa specie del cinghiale.

Deriva dal latino maialis, probabilmente derivato dal nome della dea della primavera Maia, cui era uso sacrificarlo.

Data la tradizionale ingordigia suina, “porcella” è uno degli eufemismi per indicare la vulva. Da qui ha preso il nome una conchiglia che a qualcuno ha ricordato la forma di tale organo. Siccome la conchiglia è un po’ traslucida, il nome è passato alla rispettabilissima porcellana.

Ma anche la città di Troia ha a che fare con il maiale: pare che nei banchetti romani fosse molto gradita la scrofa farcita con animali più piccoli, la quale venne soprannominata “troia” per analogia con il famoso cavallo. Più tardi, per la stessa ragione,  il nome passò ad indicare la prostituta.

Purtroppo il maiale non gode di buona reputazione e paragonarlo a qualcuno non è mai un complimento

La loro cattiva fama ha fatto sì che l’originario “porco” diventasse  col tempo troppo volgare e sostituito con la parola “maiale”, che oggi è spesso sostituito da “suino”.

In Cina il maiale è uno dei segni zodiacali più amati perché è associato all’abbondanza e alla generosità: infatti, l’ideogramma “casa” si compone del disegno stilizzato di un tetto e di un maiale.

Alcuni ipotizzano che l’usanza di dare ai salvadanai la forma di un maialino sia di origine cinese.

In Occidente questo animale ha sempre avuto molta importanza nella vita contadina: “del maiale non si butta via niente” recita la voce popolare.

In tedesco “avere fortuna” si dice schwein haben, cioè “avere il maiale”, e gli austriaci usano regalare maialini di marzapane a Capodanno come buon auspicio.

Adesso ci occupiamo di una parola recuperata la latino tardo cardinal, da cardo, cioè perno, cardine.

La parola è cardinale che significa basilare, fondamentale; Principe della Chiesa.

Il cardinale è il figlio del cardine; il perno fisso sui cui vengono inseriti i battenti delle porte e delle ante.

Il cardine non è un fondamento né una base, ma un punto d’appoggio per qualcosa che gli gira intorno.

Così i punti cardinali reggono l’orientamento; le virtù cardinali sono quelle da cui scaturiscono tutte le altre; i numeri cardinali sono quelli che indicano una quantità numerica in senso assoluto; i Principi della Chiesa sostengono il vertice.

Dante, nella sua opera De vulgari eloquentia, fissa alcuni termini  su come dev’essere la lingua italiana. Secondo lui deve essere un volgare illustre (cioè al di sopra degli altri volgari), regale (usata dal potere), curiale (parlato dagli intellettuali delle corti) e cardinale (che sia il centro intorno a cui ruotino gli altri volgari parlati in Italia).

TRE PAROLE

Ancora una volta ci tuffiamo nell’universo delle parole che ci abbaglia di luce e, quindi, dobbiamo farci SOLECCHIO, cioè ripararci da una luce del sole troppo  intensa con la mano aperta al sopracciglio.

Etimologicamente deriva dal latino sol (sole), attraverso l’ipotetico diminutivo del latino parlato soliculus.

Farsi schermo dai raggi del sole con la mano, coprirsi gli occhi da una luce troppo forte o proteggersi da un sole vivo con la mano aperta al sopracciglio, sono descrizioni di un’azione immediata. È un’azione che, quando la facciamo, non si pensa mai, ma quando la fanno altre persone si nota sempre.

Si tratta di una sintesi formidabile, perché “solecchio” è un diminutivo di “sole”, ê più o meno rendere il sole più piccolo, meno ingombrante.

Ciò ci porta ad un’altra parola: CENTELLINARE, che significa bere a piccoli sorsi; gustare con lentezza; concedere poco alla volta.

Etimologicamente deriva da centellino, cioè “piccolo sorso”, derivato a sua volta da cento nel senso di “centesimo”.

Centellinare significa quindi bere a sorsi centesimali, cioè goccia a goccia.

Il fulcro del centellinare sta nel concedere, nel dare a poco a poco.

Centelliniamo il liquore che ci hanno regalato prima di partire, centelliniamo qualcosa di raro che siamo riusciti a trovare.

E adesso … giochiamo! Ma, attenti a non BARARE!

La sua etimologia è incerta. Mentre il suo significato è ingannare, truffare al gioco.

Il barare non diventa mai un ingannare o un truffare generico. Infatti si può barare quando propriamente si sta giocando a un gioco, violando di nascosto le regole per vincere. Si può anche barare in competizioni sportive, barare a esami e quiz, barare sull’età.

È un agire sleale rispetto alle regole del gioco, reali o metaforiche che siano.

Nel latino classico il termine baro indica lo zotico, il semplicione. Ma in epoca più tarda questo baro prende un profilo militare, descrivendo il mercenario.

Si tratta di un termine che, molto probabilmente, a partire da un significato generico, ha preso le pieghe più differenti.

Nell’antico francese baron era lo sposo, nell’antico catalano baró era l’uomo adulto, e in spagnolo varón è il maschio.

Il baro quindi ha subito una lunghissima evoluzione, in buona parte orale, che nel caso del volgare italiano può aver portato dal tizio balordo al truffatore al gioco delle carte.

LA PIZZICA

La pizzica e la taranta fanno parte della famiglia delle tarantelle, balli tipici del sud Italia.

La pizzica ha origini molto antiche che risalgono a culti dionisiaci molto diffusi nell’area del Salento, provenienti dalla Grecia.

Il culto in onore del dio Dioniso era molto sentito: durante le feste le popolazioni si lasciavano andare pubblicamente a comportamenti sfrenati, aiutati dal vino. Col tempo, Dioniso divenne famoso anche come dio del benessere e della gioia e gli si attribuiva la proprietà di guarire i mali.

Qual è il rapporto tra il dio e la pizzica? Dopo il morso della tarantola, la persona cadeva in uno stato di frenesia dal quale riusciva a risvegliarla soltanto la musica: la persona danzava e i musicisti suonavano per lei fino a quando non riusciva ad annullare l’effetto del veleno.

La pizzica veniva eseguita da orchestrine composte da vari strumenti, tra i quali emergevano il tamburello e il violino per le loro caratteristiche ritmiche e melodiche.

Con l’avvento del cristianesimo, la Chiesa ha voluto avere influenza su questa tradizione pagana e affiancò la figura terapeutica di San Paolo a quella della guarigione tramite il ballo.

Il rito della guarigione  aveva il suo scenario  nelle quattro mura di casa con la musica e con la danza. La Chiesa contrappose a tali riti la cappella di San Paolo a Galatina e il pozzo d’acqua miracolosa, dove si recava la persona “tarantata” per completare la guarigione.

In realtà era un modo per manifestare il disagio sociale in cui vivevano queste popolazioni, era una sorta di momento liberatorio.

https://youtu.be/xPL9IO_F_zM

La tradizione vuole che una delle tante varianti della pizzica sia, principalmente, una danza di corteggiamento dove la donna, muovendo i passi e saltellando al ritmo dei tamburelli si lascia corteggiare dall’uomo.

Sarà proprio il fazzoletto rosso, rosso come il sangue e la passione, che, sventolato dalle mani di lei come strumento di invito per l’uomo, sceglierà il partner.

https://youtu.be/pkOICNV1H68

La “pizzica scherma” prevede un ballo tra soli uomini mimando il coltello con le dita della mano. Il ballo, sempre accompagnato dai tamburelli,  diventa un momento di sfida in cui ci si confronta, esibendo doti di agilità, creatività e prestanza fisica: https://youtu.be/TbJ9iLqzDA0

La tradizione vuole che a San Vito dei Normanni il ballo liberatorio per far scomparire il male debba essere eseguito nell’acqua, una tradizione originale che non ha eguali in altre zone del Salento.

Concludiamo con qualche riflessione sul “tarantismo”:

https://youtu.be/igUTPVPdA-E

UNA PAROLA IN PIÙ

La parola di oggi è LIBRESCO, il cui significato, in senso spregiativo, attinto dai libri e non dall’esperienza diretta, ma anche letterario, teorico.

La parola “libresco” ci mette davanti ad una caratteristica del libro quale riproposizione simbolica di sapere e di esperienze umane, che sostituisce con qualcosa di fittizio un’esperienza diretta di un vissuto in prima persona.

Il libresco racconta una dimensione non autentica e priva di originalità, che non ha contatto con la realtà della vita e del sapere.

E’ libresco un commento che si basa su altri commenti senza un riferimento all’opera originale.

In un senso minore, potrebbe avere un significato relativo al libro: si potrebbe parlare di un “gran patrimonio libresco” avuto in dono.

Adesso, vogliamo fare un volo pindarico? Ecco l’espressione che usiamo spesso per indicare quando si passa da un argomento all’altro senza un nesso logico.

L’espressione deriva dal poeta greco Pindaro (518-438 a.C.), considerato il maggiore dei lirici greci.

Sono famosi i suoi componimenti che celebrano la vittoria degli atleti in occasione degli agoni sportivi e le sue poesie dedicate all’aristocrazia del tempo.

Le sue opere seguono uno schema fisso: l’occasione della vittoria e la celebrazione del vincitore; il racconto di un mito connesso con la stirpe dell’atleta vincitore o con il suo paese di origine e, infine, la riflessione etica che inquadra l’evento in una meditazione intorno al destino dell’uomo.

Invece, la poesia di Pindaro è un terreno sconnesso, in cui il poeta ci conduce in un viaggio quasi onirico, dove le scene si susseguono secondo un ordine apparentemente irrazionale.

Da qui l’espressione “fare i voli pindarici” per indicare il modo di saltare da un argomento all’altro mentre si parla, senza apparenti nessi logici.

Chiudiamo con una riflessione di Pier Paolo Pasolini sulla lingua italiana durante un’intervista rilasciata nel 1968: https://youtu.be/wkqoc8blFvI

PA-RO-LE

Un altro modo di omaggiare Dante  è quello di addentrarci nel mondo accattivante ed infinito delle parole.

Torniamo a parlare delle parole della musica e incontriamo ARPEGGIO, che significa suonare le note che formano un accordo in successione non simultanea.

Il termine deriva da arpa che, anticamente ebbe diversi tagli (spesso piccoli e maneggevoli), fino a diventare lo strumento musicale di forme ottocentesche che conosciamo oggi.

Diversamente dagli aerofoni, gli strumenti cordofoni tradizionali non ad arco, come l’arpa, la chitarra e il mandolino, lasciano una coda sonora di breve durata e di bassa intensità: dopo il pizzico il suono tende ad affievolirsi rapidamente. Per riempire il vuoto causato dalle note a valori lunghi furono adottate “soluzioni”.

Gli strumenti monodici (come  il flauto e il clarinetto) o gli strumenti ad arco (violino, viola, violoncello e contrabbasso) grazie all’arpeggio possono suggerire da soli l’armonia che si otterrebbe, invece, con più strumenti suonati in simultanea.

L’arpeggio può essere un abbellimento, per variare una frase musicale, o può diventare elemento integrante dell’architettura di una composizione.

Anche con la voce si possono intonare arpeggi, soprattutto come “vocalizzi”, ossia esercizi di tecnica per i cantanti che, eseguiti con rapidità, diventano virtuosismi vocali come nella famosa aria della Regina della Notte del Flauto magico di Mozart: https://youtu.be/YuBeBjqKSGQ

Adesso troviamo una parola semitica, SAMARITANO: recuperata dal latino ecclesiastico samaritanus, che attraverso il latino Samaria e il greco Samarìa, deriva dall’ebraico Shõmrõn, di origine incerta.

Quando gli ebrei furono deportati a Babilonia, le loro terre furono occupate da popolazioni pagane che erano rimaste in terra di Canaan, più precisamente nella regione della Samaria, la cui religione (a detta degli ebrei) era una sorta di eresia che sfiorava l’idolatria. Invece i Samaritani affermavano di aver preservato il vero culto del Signore.

Ai tempi di Gesù queste differenze erano molto sentite e i Samaritani erano considerati come dei pagani. Ecco perché la parabola era così scioccante: il povero ebreo battuto e derubato dai briganti non è soccorso né dal sacerdote né dal levita, bensì da un samaritano viandante.

Da qui  risulta il significato di samaritano: persona buona e caritatevole

Al giorno d’oggi i Samaritani sono pochissimi, sparsi tra Israele e i territori palestinesi.

Samaritani sono anche i seguaci della dottrina filantropica di Henri Dunant, il fondatore della Croce Rossa, che si occupano di diffondere pratiche di primo soccorso in tutto il mondo.

E ormai siamo giunti alla CONTRORA, quelle prime ore del pomeriggio, nella stagione calda, che sono destinate al riposo.

La parola è un composto di contro e ora.

Controra è un meridionalismo, assimilato alla siesta ispanica, che cela un riferimento orario che deriva dalla “sexta hora” latina, cioè giusto il mezzogiorno.

La controra è letteralmente un’ora contraria, avversa all’attività, in cui si rifugge l’aperto e si cerca riparo.

Luciano De Crescenzo la definiva con queste parole “ … si tratta di un’ora contraria, cioè di un’ora che va vissuta come un’ora della notte a letto e nel buio di una stanza”.

Queste scene, tratte dal film “I basilischi” di Lina Wertmuller, rendono l’idea dell’importanza della controra nella vita quotidiana nel meridione:

https://youtu.be/Hm5rVgAcNzQ

TRANSUMANZA

Oggi parliamo di un viaggio o, per meglio dire, di una migrazione stagionale: la transumanza. Cioè, la migrazione stagionale dei greggi, delle mandrie e dei pastori che si spostano verso i pascoli collinari o montani nella stagione estiva e ritornano verso i pascoli delle pianure nella stagione invernale, percorrendo le vie naturali dei tratturi.

La parola “transumanza” deriva dal verbo transumare: verbo costituito con l’accostamento del prefisso latino trans che vuol dire “al di là”/”attraverso” e della parola latina humus che vuol dire “suolo”/”terreno”. Quindi, transumare vuol dire “attraversare”, “transitare sul suolo”-

La fase iniziale della transumanza si compie nel periodo primaverile, quando avviene il trasferimento degli armenti e dei pastori dalle zone di pianura ai pascoli di alta quota e ha inizio l’alpeggio. Il successivo trasferimento inverso, nel periodo autunnale, riporta gli animali e i pastori dai pascoli in quota a quelli di pianura .

Un po’ di storia: https://youtu.be/5ez_nKH6Eow

Con l’avvento della moderna zootecnia e l’allevamento intensivo, l’attività di transumanza si è fortemente ridotta e, al giorno d’oggi, è praticata soltanto in limitate zone italiane, specialmente in alcune località alpine e prealpine della Valle d’Aosta, del Piemonte e della Liguria ed in altre appenniniche del Molise, dell’Abruzzo, il Lazio, la Campania e la Puglia nonché in Sicilia e in Sardegna: https://youtu.be/gX9NhrhBELs

Con metodi similari le vacche percorrono la Basilicata e la Puglia:

https://youtu.be/XlCnr0D737U

La transumanza, non solo è un viaggio lungo per la mandria, ma un’esperienza ricca di emozioni per tutti i cavalcanti che devono essere molto esperti ed abituati a stare in sella per ore.

I cavalcanti, dopo una marcia lungo un percorso molto ristretto, quando gli spazi si allargano chiudono eventuali vie di fuga e stimolano la mandria ad andare avanti: https://youtu.be/N3zeuTc9o-A

La transumanza è stata inserita nel  2019 dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, che ha riconosciuto il valore della pratica sulla base di una candidatura transnazionale presentata da Italia, Austria e Grecia.

E’ di Gabriele D’Annunzio la celebre poesia conosciuta con il titolo “I pastori”, scritta nel 1903, il cui titolo autentico è “Rimembranze”:

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

LE STATUE PARLANTI

Da quando Internet è entrato a far parte delle nostre vite, le varie reti sociali servono – non solo per interagire con gli amici – ma anche  per manifestare il malumore popolare nei confronti del potere e dei suoi rappresentanti.

A Roma, tra il XVI ed il XIX secolo, questo “servizio” lo facevano le statue parlanti, di cui la più celebre è Pasquino.

La statua di Pasquino, addossata all’angolo di Palazzo Braschi, si trova in una piazzetta che porta il suo nome, proprio dietro Piazza Navona.

Si ritiene che la statua sia di origini classiche, forse risalente al III secolo a.C., ma non si sa se fosse una rappresentazione del re Menelao, o di un gladiatore, o di un dio.

Fu ritrovata nel 1501 durante i lavori per la ristrutturazione del Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi) e anche  l’origine del nome è avvolta nella leggenda con diverse teorie.

Da allora, ai piedi della statua, e spesso al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi ironizzando, anonimamente, sui personaggi pubblici più importanti e, soprattutto, contro il potere della Chiesa.

Pasquino con le sue invettive (le Pasquinate) ha delineato la storia popolare della capitale: https://youtu.be/f-9BQlgbxOY

Le altre cinque statue parlanti che dialogavano con Pasquino sono:

Madama Lucrezia, l’unica rappresentante femminile del cosiddetto “Congresso degli Arguti”.

Nei Musei Capitolini è conservata la statua di Marforio, scultura di marmo di epoca romana, risalente al I secolo, raffigurante probabilmente il dio Nettuno.

Il Babuino è la raffigurazione di un sileno giacente su una base rocciosa,  e si trova a fianco della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci, appunto in via del Babuino, a decorare l’antica vasca dove si abbeveravano i cavalli.

Sulla facciata laterale dell’attuale palazzo del Banco di Roma, in via Lata, troviamo la statua chiamata Il Facchino: una figura maschile che versa acqua da una botte.

Infine, a piazza Vidoni ci aspetta l’Abate Luigi, una statua raffigurante probabilmente un alto magistrato: https://youtu.be/p1IY5Z81sWQ

Pasquino ispirò due film diretti da Luigi Magni ed interpretati da Nino Manfredi,  “La notte di Pasquino” e “Nell’anno del Signore”, di cui vediamo una scena: https://youtu.be/341BDfg5b4Q

Per concludere,  ascoltiamo qualche altra curiosità su Pasquino: https://youtu.be/CrVMS0j8qX4

 

PAROLE E …

Le parole fanno parte della nostra vita. Ma davvero conosciamo le loro origini, la loro storia ed il loro significato che talvolta ha subito dei cambiamenti col passare degli anni?

Ad esempio, incominciamo da una parola che usiamo spessissimo, direi quasi tutti i giorni …

INDOSSARE

Deriva da indosso, a sua volta da dosso, variante di dorso, con prefisso in- nel senso di “su”.

Indosso risale al Medioevo quando il modo primo di “portare sulla persona” è sul dorso. Se ci buttiamo “addosso” una camicia o se dobbiamo trasportare un peso per un certo tratto, è sempre sulle spalle, sul dorso.

Indossare – che deriva da portare “indosso” – fa la sua apparizione scritta nel Cinquecento e si riferisce a tutto quello che mettiamo sui nostri corpi, che sia sul dorso o no: indossiamo uno zaino, ma anche orecchini o un’imbracatura.

Togliamoci di dosso qualsiasi peso … perché si balla!

TARANTELLA

Conosciuta danza e musica popolare, d’andamento vivace, tipica dell’Italia meridionale.

Molti attribuiscono l’origine dei nomi “tarantola” e “tarantella” alla città di Taranto, ma alcuni sostengono che il nome del ragno provenga dal latino těrěre, cioè sfregare, battere, estenuare.

Forse questi significati potrebbero essere collegati anche al ballo o allo sfinimento fisico prodotto dai movimenti.

La diffusione della tarantella si estende dal sud del Lazio a tutta la Sicilia. E’ considerato un ballo che mima il corteggiamento: una coppia attorniata da altre in cerchio è accompagnata da castagnette e tamburelli, suonati dagli stessi danzatori.

L’allegria che sprizza dalla tarantella ha origini nel Medioevo, quando in Europa la paura della morte si esternava in balli furiosi in cui le persone danzavano per ore o per giorni sino a sfinirsi. Di solito questi rituali avvenivano in una chiesa o davanti a un sagrato.

Dal XV al XVII secolo circolava una malattia nota come tarantismo, presunta conseguenza del morso della tarantola ed era credenza popolare che il veleno della tarantola venisse eliminato con il sudore, grazie alla danza.

Nei secoli XIX e XX la tarantella ha avuto nuova vita nella musica colta, come per esempio la “Danza” di Rossini qui cantata dai tre tenori:

https://youtu.be/7yJY8j1pY5k

Il 24 giugno si celebra al festa di San Giovanni Battista ed al santo è dedicato il celebre proverbio “San Giovanni non vuole inganni”.

Il proverbio è di origine toscana e non a caso San Giovanni Battista è patrono di Firenze.

Il detto risale al periodo medievale ed è collegato alla moneta in uso all’epoca: il fiorino in cui, da un lato era raffigurato il giglio fiorentino e, dall’altro c’era l’immagine di San Giovanni Battista.

L’espressione “San Giovanni non vuole inganni” significava che l’immagine era garanzia di autenticità e che la figura del Santo rendeva difficile ogni falsificazione.

https://youtu.be/7eId8puyMkg

 

INFIORATA

Ogni appassionato di fiori sa bene che i fiori hanno un linguaggio proprio: esprimono un dato sentimento in una forma piuttosto che in un’altra.

Si potrebbe dire che i fiori sono una perfetta copia della vita umana: si seminano, crescono, sbocciano e appassiscono.

E forse per questo sono stati scelti per creare una manifestazione consistente nel realizzare tappeti di fiori o parti di essi in occasione della festività cattolica del Corpus Domini: l’infiorata.

La tradizione barocca delle decorazioni floreali era stata adottata già nel XVII secolo nelle località dei Castelli romani, probabilmente per gli stretti legami di questo territorio con Gian Lorenzo Bernini, importante artefice di feste barocche.

La prima infiorata allestita per il Corpus Domini risale al 1778 a Genzano di Roma: https://youtu.be/Gz_d7yxYsxs

Da allora si allestiscono infiorate in molte località italiane ed anche all’estero: è famosa quella di Kōbe in Giappone, che però non ha nessun legame con le festività religiose cristiane.

Torniamo in Italia e andiamo in Umbria in una delle città in cui l’infiorata è una tradizione: Spello, Hispellum in epoca romana:

https://youtu.be/ChpVnvzqaGw

Dopo la nostra passeggiata per le vie di Spello siamo in grado di capire meglio il luogo prescelto per l’infiorata e di gustarla: https://youtu.be/KB6PUwaXPIw

Ci spostiamo al sud, in Sicilia.

Siamo a Noto, denominata “capitale del barocco”,  il cui  centro storico è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2002: https://youtu.be/zKAZKjovKrk

A Noto l’infiorata  si svolge ogni terza domenica di maggio e quest’anno è stata un omaggio a Dante Alighieri: https://youtu.be/mLn2R8bVjUY

PAROLE E CURIOSITÀ

Torniamo a giocare con le parole e a scoprire alcune loro curiosità.

BEMOLLE

Una delle parole della musica che serve ad indicare il segno che abbassa di un semitono la nota a cui è preposto.

Si tratta di un termine composto da “be” e “molle”.

La “be” deriva dalla notazione alfabetica medievale dove le lettere dell’alfabeto latino A, B, C, D, E, F, G, corrispondevano alle note La, Si, Do, Re, Mi, Fa, Sol. Quindi, la B occupava nella scala la posizione del moderno Si.

La sequenza delle sei Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La costituiva l’esacordo, cioè sei suoni che non corrispondevano alle moderne note musicali, ma indicavano una successione d’intervalli con un semitono in mezzo.

Per essere più chiari, l’esacordo “molle” era detto così perché conteneva il “be molle”.

La sua origine risale verso il 1030 quando Guido d’Arezzo per distinguere i due suoni della B propose un b squadrata e una b rotonda, inaugurando il bemolle. Con il tempo, il bemolle abbasserà di un semitono qualunque nota, non più soltanto il Si.

Oggi, fuori dall’ambito musicale, l’espressione  figurata col si bemolle significa “con cautela”, mentre a Napoli significa “prendersela comoda”.

Da una della parole della musica passiamo  ad una dell’arte.

 

MOSAICO

E’ quella tecnica artistica che usa l’assemblaggio di tesserine di pasta vitrea o di pietra per comporre immagini e decorazioni.

Come sostantivo, deriva dal latino medievale musaicum (attributo di opus “lavoro”), si trasforma in musaeus, a sua volta dal latino Musa “Musa delle arti”.

Come aggettivo, deriva dal nome del patriarca biblico Mosè, in ebraico Moshè, con il probabile significato di “figlio”.

L’origine della tecnica del mosaico è antichissima e raggiunge l’apice quando le vicende politiche portarono Ravenna ad essere il cuore dell’Esarcato Bizantino e del cristianesimo, rendendola seconda soltanto a Roma.

Il mosaico è all’origine dell’arte, il cui sinonimo è Musa. Infatti il culto delle Muse, ispiratrici e protettrici delle arti, era fondamentale nella società greco-romana. Il musaeum era una nicchia interamente dedicata a questo culto e la sua decorazione tipica era fatta con conchiglie e ciottoli colorati.

Il nome Mosè, così diffuso tra gli ebrei, ha molto probabilmente un’origine egizia, dal verbo mešj (partorire). Il concetto di “figlio” si trova in molti nomi egizi, come Ramses: la desinenza –mses o –msis, indica “l’esser figlio di”. Nel caso di Ramses, figlio del dio Ra.

A Mosè il Signore affidò le tavole della legge sulla cima del monte Sinai, Ecco perché la legge ebraica che viene esposta nella Torah si chiama anche “legge mosaica”, come tutto ciò che riguarda il patriarca è detto “mosaico”.

Per finire ci occuperemo di una parola che usiamo spessissimo.

MOLESTO

Una volta significava opprimente, gravoso. Oggi, invece, è fastidioso, importuno, spiacevole.

Deriva dal latino molestus, a sua volta da moles, cioè “peso”.

A dimostrazione dell’antico significato di “molesto” come qualcosa di opprimente, pesante sull’animo come un macigno,  possiamo citare i versi di Dante (Inferno XXVIII):

 

Quando diritto al pie del ponte fue,

levò ‘l braccio alto con tutta la testa,

per appressarne le parole sue,

che fuoro: “Or vedi la pena molesta

tu che, spirando, vai veggendo i morti:

vedi s’alcuna pe grande come questa.

Oggi è un semplice sinonimo di “fastidioso” che, anche in questo senso, fu usata da Dante nella frase con cui Farinata lo accoglie nel X canto dell’Inferno:

La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patria natio

a la qual forse fui troppo molesto.

L’ OCARINA

Budrio è un comune della città di Bologna conosciuto in tutto il mondo per la sua ocarina, strumento musicale a fiato  creato a metà del XIX secolo dal budriese Giuseppe Donati.

L’ocarina è fatta di ceramica e si basa sul principio di risonanza di Helmholtz.

La sua forma ovoidale allungata ricorda il profilo di un’oca privata della testa: il nome deriva infatti da ucareina, diminutivo di oca in dialetto bolognese.

Pare che Donati abbia inventato l’ocarina nel 1853: ma l’idea vincente fu quella di costruire ocarine grandi e piccole intonate tra di loro.

https://youtu.be/_thVTbSafe8

Le ocarine più semplici ed economiche sono note anche come “ocarine peruviane” (con varianti a 6-8 fori), generalmente corredate da un laccio per essere indossate al collo.

Nel XX secolo le ocarine si diffusero un po’ in tutto il mondo: negli Stati Uniti furono persino utilizzate come passatempo per le truppe impegnate nella Seconda Guerra Mondiale.

Inoltre sono entrate in uso in alcuni gruppi folcloristici austriaci, sud tirolesi e bavaresi.

Le ocarine hanno trovato spazio anche nella musica “colta” come in alcune composizioni di Leoš Janáček e Győrgy Ligeti.

Molto usate anche nel cinema, come in questa scena tratta dal film “Novecento” di Bernardo Bertolucci, in cui i contadini suonano ocarine di diverse dimensioni: https://youtu.be/LjUgiph_GYE

Ascoltiamo l’Oboe di Gabriel di Ennio Morricone (del film “Mission”) nella versione per ocarina: https://youtu.be/xvylBHRYz6M

E ci salutiamo con questa versione “per sole ocarine” della colonna sonora, sempre di Morricone,  del film “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone:

https://youtu.be/5fpLQ_py-Wg

 

ANCORA PAROLE …

Torniamo a parlare di parole, di parole semplici, di quelle che fanno parte del nostro quotidiano.

Vi siete mai chiesti da dove proviene la parola “matita”?

Fino al XVI secolo il modo più comune per disegnare prevedeva l’uso della “sanguigna”, una matita che lasciava un segno rosso sul foglio.

La sanguigna era una sostanza rossa usata per disegnare non molto diversa dalle terre usate per dipingere. Il suo uso è antichissimo e, con altro nome, veniva già impiegata dai romani per compilare le rubriche (parola che deriva da rŭběr, cioè rosso).

La sanguigna era a base di ossido di ferro rosso che si trova in natura nelle terre rosse e in pietre brune che, se strofinate o macinate finemente, mutano in rosso. Agli antichi sembrava che la pietra sanguinasse e la chiamarono Hematitis o, più precisamente, Lapis Hematitis. Riconosciamo in questa parola il classico prefisso emo- caratteristico del sangue.

Torniamo alla matita. Dal nome  “lapis hematitis, per esigenze di semplificazione si abbreviò in due modi: “lapis” e “matita”, che infatti sono sinonimi.

Nel XVI secolo si scoprì in Inghilterra un grosso deposito di grafite e si capì che la grafite poteva essere più versatile della sanguigna, quindi le matite cominciarono ad essere prodotte con essa, ma la parola “matita” sopravvisse alla tecnica.

L’espressione “scrivere con il sangue”  risulta adesso meno macabra e  potrebbe essere paragonabile con l’attuale “nero su bianco”.

Come si fa una matita? https://youtu.be/ZoBJi45FI5s

Il significato più succinto di serenata è “musica eseguita sotto le finestre della donna amata”.

Rousseau nel 1768 affermò che la parola, di origine italiana, proviene da sereno, o dal latino serum, sera. Aggiunse che il silenzio della notte, che bandisce ogni distrazione, esalta la musica e la rende più gradita.

Si tratta di un genere complesso, che ha avuto forme variabili nei secoli. In generale, le serenate musicali sembrano caratterizzarsi per la funzione di omaggio sonoro, serale o notturno.

Nel XVII secolo furono composte musiche a una o più voci che portavano lo stesso nome; in seguito la parola fu usata, anche all’estero, per indicare musica per voci e strumenti, a carattere celebrativo.

Nel Settecento la serenata si presentava come forma affine alla cantata, all’oratorio o al notturno. Spesso fu rivolta in omaggio a esponenti dell’aristocrazia o della borghesia, oppure era  commissionata da loro.

Le esecuzioni erano rappresentate all’aperto, a condizione che il cielo fosse sereno.

Alcune ricerche hanno rivelato che l’uso di eseguire serenate a Napoli aveva una lunga tradizione collegata al mito della fondazione della città, il cui nome originario proveniva dalla sirena Partenope.

Mozart compose alcune serenate strumentali per alcune sue opere come per il Don Giovanni, e altrettanto fecero Rossini e Donizetti.

Dall’Ottocento in poi si sviluppò come forma da concerto, da cui nacquero le serenate di Brahms o di Tchaikovsky, di quest’ultimo ascoltiamo la Serenade Melancolique: https://youtu.be/4Erdbl0CTyw

Nel senso usato da Calvino, nell’articolo “La nuova questione della lingua” (1965), l’antilingua è il linguaggio tipico della burocrazia, caratterizzato da forme complesse, astratte e stereotipate in quanto aborre ogni parola dotata di un significato concreto e familiare e limita la comunicazione invece di facilitarla. Ad esempio, “prendere un fiasco di vino” si traduce in “effettuare l’asportazione di un prodotto vinicolo”.

In questo modo la lingua perde la sua funzione di base – comunicare – per assumerne altre e sottolineare il ruolo di chi parla.

In campo letterario può essere una lingua che si compiace di se stessa e si allontana dal  quotidiano.

Inoltre, l’antilingua può essere usata per circuire l’ascoltatore diventando linguaggio ideologico che imbriglia le parole per controllare i pensieri.

https://youtu.be/7mX-J-rFZkI

NATALE, MESSIA, ALLELUIA 

Prima di tornare  a giocare con le parole che in questa occasione, ovviamente, si tingono di colore natalizio, desidero farvi vedere  l’inaugurazione del Presepe e l’illuminazione dell’albero di Natale 2020 in Piazza San Pietro:

https://youtu.be/OD2Cgj3fyCs

NATALE

Dal latino natus (nato), più il suffisso –alem che indica appartenenza.

Natale è il giorno di nascita. E’ origine, festeggiamento, compartecipazione.

Il natale di qualcuno dice chi è, da dove viene.

Sia che si consideri il Natale cristiano o chissà quale altro natale, è bello farsi gli auguri: perché ogni nascita è un augurio.

Spetta a noi scegliere che cosa debba nascere …

 

MESSIA

Dall’ebraico mashïah, attraverso il greco messías e il latino ecclesiastico messias.

Indica la figura attesa alla Fine dei Tempi, comune, seppur con delle differenze, delle tre fedi monoteiste: ebraica, cristiana e musulmana.

Nell’Antico Testamento era la persona a cui era stata somministrata l’unzione divina; nel Nuovo Testamento è Gesù Cristo, salvatore, persona attesa da cui ci si aspetta molto.

L’uso più comune di questa parola rivela una caratteristica associata al Messia: l’attesa e l’aspettativa di un grande rinnovamento.

La parola Cristo, dal greco Christós, che con l’uso è diventato nome proprio da affiancare a quello di Gesù, ha lo stesso significato del mashïah ebraico, cioè “unto”. Perché l’olio era una sostanza preziosa: in Israele l’unzione sacra era appannaggio dei re e dei sacerdoti.

Ungere d’olio aromatico era un gesto con valenza sacra, annodava la persona a Dio in modo indissolubile.

Si potrebbe dire che la parola “messia” riassume in sè l’essenza stessa della fede: l’attesa della venuta di un Salvatore promesso, unto di Dio.

 

ALLELUIA

Dall’ebraico Halleluyah, è una parola composta da hallelu (sia lode) e yah (che indica il nome di Dio in ebraico).

La parola è rimasta invariata nei secoli passando attraverso il greco, il latino e diffondendosi in moltissime lingue.

E’ un’interiezione dal significato letterale di “sia lode a Dio”, presente numerose volte nella Bibbia, fa parte della liturgia della Messa cattolica che precede la lettura del Vangelo, e della liturgia greco-ortodossa.

Ormai, alleluia è anche usata nel linguaggio quotidiano e con toni ironici, come in questo esempio: “Alleluia, hanno trovato parcheggio!”.

Alleluia è stato oggetto nel tempo di composizioni musicali. Vi propongo di ascoltarne alcune che ho predisposto rispettando l’ordine cronologico della loro creazione.

“Hallelujah” dal Messiah di G.F. Häendel

https://youtu.be/apPnvJDqOLU

Exsultate Jubilate – Alleluia di W.A. Mozart nella voce di Cecilia Bartoli

https://youtu.be/YruVzW6zjdk

Halleluja di Leonard Cohen, canta Arisa accompagnata dall’Orchestra Sinfonica e Coro dell’Accademia di Santa Cecilia

https://youtu.be/-qB_qUAfOvU

 

IL CORNETTO NAPOLETANO 

Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

https://www.youtube.com/watch?v=w_vGa7BN_oY

Sin dai tempi preistorici le persone appendevano corna di animali all’ingresso della loro grotta per simboleggiare la fertilità e per proteggere la famiglia. Anche i guerrieri adornavano i loro elmi con grandi corna per rispecchiare la loro abilità e la loro invincibilità.

I greci riempivano un grande corno con i prodotti della terra e lo associavano all’abbondanza e la fertilità.

E così a poco a poco, le corna iniziarono ad essere associate non solo alla fertilità e alla forza, ma anche alla fortuna finanziaria e al potere di proteggere una famiglia dalla negatività.

Nel Medioevo, orafi e gioiellieri si specializzarono nella loro produzione e vendita ed è diventato  un oggetto domestico, talmente popolare da trasformarsi in un’icona dell’artigianato locale.

E’ risaputo che Napoli è scaramantica. A Napoli il corno è una testimonianza della mescolanza del sacro e del profano che convivono in ogni aspetto della loro quotidianità:

https://www.youtube.com/watch?v=eLEibYt9Y2k

Quando si parla di cornetti napoletani bisogna tener presente che non sono tutti uguali. Per cominciare non possono essere di qualsiasi colore, devono essere rossi, colore della fortuna, del potere, della vittoria e del sangue, sinonimo di vita.

Inoltre, i cornetti devono essere fatti a mano, in modo che possano assorbire energia positiva dal loro creatore.

In passato quelli realizzati in corallo erano considerati particolarmente efficaci, proprio per la caratteristica propiziatoria di questo materiale, noto per essere un antidoto alla negatività e per proteggere le donne in gravidanza. Già gli antichi greci consideravano il corallo sacro a Venere, dea della bellezza, dell’amore, della fertilità e della prosperità.

Ma non finisce tutto qui: anche la sua forma dev’essere precisa. Come dicono i napoletani un buon cornetto deve essere tuosto, stuorto e cu ‘a ponta, cioè duro, storto e appuntito.

La leggenda vuole che, al momento della rottura, se questa è avvenuta sulla punta allora la fortuna è dalla vostra parte. Al contrario, se la spaccatura è generica, il corno ha adempiuto al suo dovere di scacciare malocchio e malelingue!

E dove dobbiamo andare se vogliamo acquistare un vero cornetto napoletano? Gli artigiani locali a Napoli sono la soluzione più sicura, soprattutto quelli situati nella zona di San Gregorio Armeno, nota a livello internazionale per i suoi presepi.

Ma fate attenzione!!! La regola basilare è che il curnicello va ricevuto in dono e al momento del regalo bisogna attivarlo.

Vediamo come si fa: https://youtu.be/5DbuB1DPsms

Si consiglia anche alla persona che ha ricevuto il dono di recitare, al momento dell’attivazione del cornetto,  la famosa frase di Totò:

Quello che vuoi per me, il doppio lo auguro a te”.

Chiudiamo con un sorriso e qualche consiglio per il vostro prossimo viaggio in Italia: https://www.youtube.com/watch?v=YzIMsTk0z-M

PAROLE, PAROLE, PAROLE 

Parole, parole, parole cantava Mina facendo riferimento alle parole dette a vuoto, invece noi ci occuperemo di quelle parole che ci consentono di comunicare e che, a volte, stuzzicano il nostro interesse.

Non a caso scopriremo il significato e curiosità di alcune (poche) parole mentre si svolge la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo 2020, a modo di omaggio alla “dolce lingua”.

Incominciamo …

Nientepopodimeno

Significato: nientemeno, addirittura

Nasce a partire dalle locuzioni “nientedimeno” (duecentesca) e “nientemeno” (cinquecentesca) e gli si aggiunge una farcitura in mezzo.

Po’ significa poco nella forma apocopata. Ma il poco poco del po’ po’ ironicamente significa il contrario di ciò che letteralmente dice e diventa il notevole: per esempio, guarda che po’ po’ di torta che ho preparato, guarda che po’ po’ di albero che è questo tiglio, davvero imponente.

L’espressione nientepopodimeno inizia a girare  intorno alla metà del Novecento, ma è stata resa celebre da Mario Riva, presentatore del programma televisivo “Il Musichiere” tra il ’57 ed il ’60, che soleva usarla per introdurre gli ospiti con enfasi e poi divenne di uso corrente.

Bugigattolo

Significato: piccolo stanzino, ripostiglio, abitazione angusta e squallida.

Alcuni sostengono che l’origine del “bugigattolo” sia il “buco del gatto”. Vale come “gattaiola” e la piccolezza della porta per gatti si ripercuote idealmente sulla piccolezza della stanza.

Altri, invece, sostengono che abbia un’origine settentrionale a partire sempre dalla radice di “buco” come busighèr (bucare), o il veneto busegatolo e il bolognese busgât. Gatti o non gatti, il bugigattolo è un buco.

Se diciamo, per esempio, che l’amica appena trasferita vive in un buco, l’immagine è cruda. Invece il bugigattolo, anche quando è davvero minuto, non perde mai una sfumatura di dolcezza, quasi di serenità felina.

Lunario

Significato: almanacco

Etimologia: derivato di luna

Il lunario era un comunissimo almanacco con la scansione temporale dell’anno, delle fasi lunari, con indicazioni meteorologiche ed i santi patroni. Era molto diffuso nelle campagne usato come agenda per l’agricoltura e l’allevamento.

Nei lavori che seguono i cicli delle stagioni, arrivare alla fine del lunario significava arrivare alla fine dei lavori dell’anno, avendo fatto ciò che era stato previsto, riuscendo a sopravvivere.

Nella prima metà dell’Ottocento alla parola lunario gli si associa un verbo: sbarcare.

Ma in questo caso non ha più il senso di arrivare in porto, ma di riuscire ad arrivare fortunosamente alla fine dell’anno, campando.

Frottola

Significato: 1) componimento poetico di origine popolaresca diffuso in Italia tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo; 2) bugia, invenzione, fandonia.

Qualche secolo fa, tra il 1470 ed il 1530, la frottola, o barzelletta, era una forma musicale strettamente collegata con quella letteraria.

La frottola musicale si sviluppò come pratica musicale popolaresca diffusa nelle strade e nelle corti. Aveva una struttura variabile, riproponendo strofe o ritornelli diversi sulla stessa musica e i testi potevano essere bizzarri o scherzosi.

Nei primi anni del Cinquecento dalla corte di Mantova si irradiò la frottola grazie ad Isabella d’Este.

Nel linguaggio corrente la frottola è una cosa non vera, una bugia: raccontare frottole, sono tutte frottole!

MAROSTICA – LA PARTITA A SCACCHI 

Dal 1923 e precisamente ogni due anni, nel secondo fine settimana di settembre, a Marostica (piccola città nel comune di Vicenza) si svolge la spettacolare e storica Partita a Scacchi, ispirata ad un evento del 1454 (di cui non si hanno le prove), per la quale viene soprannominata “la città degli scacchi”.

La leggenda ci riporta nel lontano 1454, quando Marostica era una delle fedelissime della Repubblica di Venezia ed il suo governo era retto da un podestà nominato direttamente dalla città di San Marco.

Si narra che proprio in quell’anno due valorosi guerrieri, Rinaldo da Angarano e Vieri da Vallonara, si innamorarono perdutamente della bella Lionora, figlia del Castellano di Marostica Taddeo Parisio, e per la sua mano si sfidarono a duello, come era costume a quei tempi.

Taddeo Parisio, che non voleva perdere nessuno dei due valenti giovani, evitò il cruento scontro rifacendosi ad un editto emanato poco dopo la tragica vicenda di Giulietta e Romeo, e confermato ed aggravato dal Serenissimo Doge.
Decise quindi che Lionora sarebbe andata sposa a quello tra i due rivali che avesse vinto la partita al nobil gioco degli scacchi; lo sconfitto sarebbe divenuto ugualmente suo parente, sposando Orlanda, sua sorella minore, ancora giovane e bella. L’incontro si sarebbe svolto in un giorno di festa nella piazza del Castello da basso, con pezzi grandi e vivi, armati e segnati dalle insegne di bianco e di nero, secondo le antichissime regole imposte dalla nobile arte, alla presenza del Castellano, della sua affascinante figlia, dei Signori di Angarano e di Vallonara, dei nobili delle città vicine e di tutto il popolo.

Decise anche che la sfida sarebbe stata onorata da una mostra in campo di uomini d’arme, fanti e cavalieri, fuochi e luminarie, ballerine e cavalieri, suoni e danze.
E così avvenne.

Oggi, come allora, l’emozione si rinnova, in una fastosa cornice di costumi preziosi e di gonfaloni, affascinanti dame ed intrepidi cavalieri, scherzosi zanni, giocolieri e sputafuoco, riportando negli animi il sapore antico di una appassionante storia d’amore.
La “Partita a Scacchi” con personaggi viventi viene giocata sulla Piazza di Marostica, ogni secondo venerdì, sabato e domenica di settembre degli anni pari.

Quest’anno però, causa la pandemia di Covid-19, la storica “Partita” è stata rimandata al 10 settembre 2021.

Nell’attesa, godiamoci il video della “Partita” del 2016:

https://www.youtube.com/watch?v=Hu2ueLSW2p8

 

LA MACCHINA DI SANTA ROSA

Viterbo 1233 – Viterbo 1251, vita molto breve quella di Santa Rosa che – nata con una rarissima e grave malformazione fisica caratterizzata dalla assoluta mancanza dello sterno – vive in un contesto storico in cui l’Imperatore Federico II è impegnato ad ottenere il controllo di Viterbo a discapito dello Stato della Chiesa.

Rosa professa apertamente la pace per le vie della città come terziaria francescana, conducendo una vita di penitenza e di carità verso i poveri ed i malati. Questo suo modo di predicare in un tempo di lotte fra opposte fazioni politiche, fa sì che l’Imperatore decida di bandirla con tutta la sua famiglia.

Rosa rientrerà a Viterbo solo dopo la morte di Federico II nel 1250 e morirà l’anno successivo.

Viene sepolta nel cimitero della sua parrocchia di Santa Maria in Poggio, e da quel giorno i fedeli che vi si sono recati otterranno molti miracoli.

Nel 1252 Papa Innocenzo IV pensa di farla santa, ma il processo canonico non comincerà mai. Ciònonostante la sua fama di santità continua a crescere e nel 1457 Callisto III ordina un nuovo processo, ma nel frattempo muore e Rosa non verrà mai canonizzata con il solito rito solenne.

Ad ogni modo, il suo nome è già elencato tra i santi nel Martirologio romano del 1583.

Ogni anno a Viterbo il 2 settembre si svolge una solenne processione in onore di Santa Rosa con circa 300 figuranti in costumi d’epoca. La sera del 3 settembre viene effettuato il trasporto della “Macchina di Santa Rosa”, portata a spalla dai “facchini di Santa Rosa”, che rievoca la traslazione della salma della santa dalla Chiesa di Santa Maria in Poggio alla Chiesa di Santa Maria delle Rose (oggi Santuario di Santa Rosa), avvenuta nel 1258 per disposizione di Papa Alessandro IV.

Questa festa è stata inserita nel 2013 nel Patrimonio orale e immateriale dell’Umanità dell’UNESCO.

Avviamoci per le strade di Viterbo, assieme al numeroso pubblico venuto da ogni parte d’Italia, per assistere alla processione:

 https://www.youtube.com/watch?v=cX0kfJR7p3g