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Gastronomia

I CONFETTI DI SULMONA 

Con dolcezza scopriamo la lunga strada del confetto che risale agli ultimi secoli del Medioevo e al Rinascimento quando era d’uso servire confetti speziati alla fine del pasto,  in quanto sia lo zucchero che le spezie erano allora un segno distintivo della tavola signorile.

Si potrebbe dire che i confetti sono un’invenzione medievale, elaborata in ambito farmaceutico, che più tardi approdò nella gastronomia.

Il termine confetto (dal latino conficere, cioè “fabbricare”) significava che era una cosa artificiale, non esistente in natura. L’idea era quella di addolcire alcune sostanze medicamentose (erbe, spezie, semi) per renderle più gravoli da ingerire.

La tecnica di lavorazione dei confetti venne perfezionata nel XV secolo dagli spagnoli e consisteva nello scaldare lo sciroppo di canna fino ad ottenere una patina bianca e cristallina che poteva avvolgere mandorle, nocciole e bucce d’agrumi. Da allora questi dolcetti si diffusero come simbolo di successo da lanciare al popolo nelle sfilate di Carnevale o nelle parate di trionfo militare.

In Italia la produzione dei confetti si concentra a Sulmona e nel napoletano.

https://youtu.be/UP2t8Jdyn5s

E’ una tradizione molto antica: le monache del monastero di Santa Chiara di Sulmona crearono attorno al 1500 fiori, grappoli, spighe, rosari e cestini di confetti legati con fili di seta.

https://youtu.be/MXAgl96HrbE

La creatività e i confetti vanno di pari passo come vediamo in questo video: https://youtu.be/XiUMqD28VPs

Dal XIX secolo questi dolcetti si colorarono, identificando simbolicamente l’evento del dono. Il bianco purezza per il matrimonio o la prima comunione, il rosa o azzurro per il battesimo, il verde speranza per il fidanzamento, il rosso per l’esame della tesi di laurea, l’argento per il venticinquesimo e l’oro per il cinquantesimo anniversario di matrimonio.

Prima di salutarci facciamo una brevissima visita al Museo Civico Diocesano di Santa Chiara a Sulmona, guidati dal critico d’arte Philippe Daverio:

https://youtu.be/vW5LLGw8k9c

BABÀ NAPOLETANO 

Tu si ‘nu babbà”, che in napoletano significa “Tu sei un tesoro”: partiamo da questa bellissima frase per iniziare il nostro viaggio alla scoperta di uno dei dolci più tipici della pasticceria partenopea.

Vi presento Nicolas Stohrer, pasticcere francese che fece l’apprendistato nelle cucine del re Stanislao I della Polonia e più tardi divenne pasticcere per  sua figlia Marie Leszczynska, che lo portò a Versailles nel 1725 dopo il suo matrimonio con il re Luigi XV di Francia.

Secondo la leggenda, un giorno il re polacco ebbe l’idea di inzuppare  un “kugelopf” (dolce  tradizionale mitteleuropeo) nel vino liquoroso Madeira: gli piacque e decise di battezzare il nuovo dessert con il nome di Alì Babà, il suo personaggio preferito delle fiabe delle Mille e una notte.

Invece, secondo la versione riportata dagli eredi di Stohrer, sarebbe stato il loro antenato ad immergere nel Madeira della pasta di brioche per poi farcirla con della crema pasticcera aromatizzata allo zafferano, dell’uva passa e dei chicchi d’uva fresca fatti macerare nello stesso vino.

Comunque, sarebbe sempre stato il re a battezzarlo Alì Babà.

Nel 1725, come abbiamo detto prima, il babà e Stohrer approdarono alla reggia di Versailles. A Stohrer gli venne concessa la licenza di aprire una pasticceria al centro di Parigi al numero 51 di rue Montorgueil (https://www.stohrer.fr/en).

Mi raccomando, segnatevi questo indirizzo perché la pasticceria esiste ancora e potrebbe esservi utile  durante il  vostro prossimo viaggio a Parigi se vorrete assaggiare la versione originale del babà e le variazioni come il babà chantilly farcito di crema chantilly, il babà “aux fruits” guarnito con ciliegie e albicocche secche ammorbidite nel rhum e il babà “au rhum” dal quale discende il babà napoletano.

Si può dire che a Napoli il babà si alleggerisce rispetto all’originale grazie alla triplice lievitazione della pasta, che viene imbevuta di rhum diluito con uno sciroppo di acqua e zucchero ed alla laccatura esterna ottenuta con della marmellata un po’ liquida di albicocca.

https://www.youtube.com/watch?v=cpc9jlwe15M

Nell’Ottocento Anthelme Brillat-Savarin eliminò l’uvetta dall’impasto, aggiunse il burro e gli diede forma di ciambella per poterlo farcire al centro con crema e frutta sciroppata. Nelle pasticcerie campane questa versione è molto frequente e si chiama “babà savarin”.

Il babà  è il risultato di un’alleanza gastronomica tra Polonia, Francia e Napoli, che gli ha dato il suo tocco mediterraneo.

IL CAFFE’ 

La parola caffè trova le sue origini nel vocabolo  arabo“qahwah” (= bevanda stimolante)  che divenne “kahve” in lingua turca ottomana e “koffie in olandese, per approdare nel 1582 nell’inglese come “coffee”.

E’ una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea.

L’origine del suo consumo è assai controversa.

Certi botanici affermano che i primi a riconoscere gli effetti stimolanti di queste drupe furono gli abitanti dell’Etiopia che le masticavano crude.

Altre fonti indicano che abbia origine in una mistura calda preparata dai popoli nomadi con gallette ricavate dai semi di coffea essicati al sole, macinati grossolanamente e mescolati al grasso.

Agli inizi il caffè era consumato prevalentemente durante le cerimonie religiose o per finalità terapeutiche. Solo nel secolo XVI divenne simbolo di convivialità e nella seconda metà del secolo aprirono i primi locali pubblici per la sua preparazione e consumo.

Nel 1615 arrivò a Venezia e successivamente si diffuse in Europa.

Ecco a voi il percorso dalla raccolta dei semi al prodotto finito:

https://www.youtube.com/watch?v=255gIAqzwWc

Siete in un bar in Italia e volete un caffè. Chiedete il solito cappuccino o un espresso? Ecco alcune delle varietà che potreste degustare al bar:

Caffè macchiato, un caffè con un goccio di latte schiumoso caldo sulla parte superiore.

Caffè con panna, simile al macchiato, ma con un po’ di panna montata dolce sulla parte superiore.

Caffè corretto, un caffè servito con una goccia di liquore, di solito cognac, grappa o sambuca, a scelta.

Caffè freddo, un caffè zuccherato caldo e poi raffreddato in frigorifero e servito freddo.

Caffè shakerato, delizioso nei mesi estivi. Si tratta di un espresso fresco mescolato con un po’ di zucchero e ghiaccio, scosso vigorosamente come un cocktail fino ad ottenere una schiuma quando viene versato.

Caffè latte, è semplicemente un caffè espresso con latte caldo, quello che gli americani chiamano “latte”.

Latte macchiato, si tratta di un bicchiere di latte al vapore con appena un po’ di caffè. E’ diversa dal Caffè Latte, perché il caffè viene aggiunto al latte e non il contrario.

Le proprietà stimolanti del caffè hanno trovato anche la loro musica, come in questo brano dal titolo “Ma cos’hai messo nel caffè?”

https://www.youtube.com/watch?v=PXCI66rdBPE

Alcune città, come Torino o Napoli, hanno personalizzato il caffè.

Il bicerin è la bevanda che da più di 250 anni unisce i torinesi davanti a un bicchierino. Infatti, “bicerin” in dialetto piemontese vuol dire bicchierino.

La storia narra che nel 1763 Giuseppe Dentis apre la sua bottega davanti all’ingresso del Santuario della Consolata. La nuova bevanda diventò presto il sostegno ideale per i fedeli che, usciti dalla Messa dopo il digiuno per la comunione, trovavano nel bicerin un dolce ed energetico conforto.

Il bicerin sarebbe il risultato dell’evoluzione di una bevanda settecentesca bavarese in cui il caffè veniva servito con cioccolato, latte e sciroppo, separatamente, e poi spettava al cliente unire gli ingredienti.

Attualmente il caffè viene mescolato agli altri ingredienti e servito in un  bicchierino appoggiato su un piattino.

 

A Napoli il caffè è addirittura un rito e nel linguaggio corrente la parola caffè assume diversi significati, come per esempio: “Prendiamoci un caffè” è un modo di dire “vediamoci, stiamo un po’ di tempo (non troppo) insieme”. Invece, “dobbiamo prenderci un caffè” significa che c’è qualcosa da discutere, da chiarire. E ancora, “ci vorrebbe un bel caffè” indica la necessità di staccare da qualcosa di impegnativo, prendersi una pausa dal lavoro.

L’indimenticabile Domenico Modugno lo esaltava così:

https://www.youtube.com/watch?v=TGD4FV6-Nv8

Infine, una tradizione napoletana è il caffè sospeso (in napoletano ‘O cafè suspiso) è un’abitudine filantropica e solidale che iniziò durante la guerra quando, in tempi molto difficili, la gente pagava due tazze di caffè: una per sé stessa ed una per chi non poteva permetterselo.

Lo scrittore Luciano De Crescenzo lo spiega con queste parole: “Quando qualcuno è felice a Napoli, paga due caffè: uno per sè stesso ed un altro per qualcun altro. E’ come offrire un caffè al resto del mondo …

 

IL LIMONCELLO 

Andando a ritroso nel tempo, nella valle dell’Indo (l’attuale Pakistan), già nel 2000 a. C. c’era una popolazione che conosceva il limone. Apparve poi in Grecia e alcuni ritrovamenti fatti nella zona degli scavi di Pompei, farebbero pensare che il limone era già conosciuto in epoca romana.

La sua riscoperta fu nell’anno mille, quando gli arabi che ne facevano uso sia alimentare che terapeutico, lo diffusero in Medio Oriente. In seguito i Crociati ed i pellegrini di ritorno dalla Terrasanta fra l’XI e il XII secolo, portarono alberelli di limone nel sud Italia e, grazie alla vocazione mercantile di Amalfi, l’agrume arrivò in altri territori della penisola.

Il liquore nacque proprio agli inizi del 1900 in una piccola pensione dell’Isola Azzurra dove la signora Maria Antonia Farace curava un giardino di limoni e arance. Il nipote, nel dopoguerra, aprì un ristorante vicino alla villa di Axel Munthe e la specialità del bar era proprio il liquore di limoni fatto con la ricetta della nonna.

Ma anche a Sorrento e ad Amalfi ci sono leggende e racconti sulla produzione del tradizionale limoncello.

Come spesso accade, la verità è nebulosa e le ipotesi sono tante e tutte molto suggestive.

Qualcuno sostiene che il limoncello veniva utilizzato dai pescatori e dai contadini al mattino per combattere il freddo, già ai tempi dell’invasione dei saraceni. Altri, addirittura, ritengono che la ricetta sia nata all’interno di un convento monastico per deliziare i frati tra una preghiera e un’altra.

Come vedete la verità non la sapremo mai!

Quindi, non ci resta che gustare questo liquore dolce, ottenuto dalla macerazione in alcol etilico delle scorze di limone, miscelata in seguito con uno sciroppo di acqua e zucchero.

https://www.youtube.com/watch?v=M0JGbGDRyR8

Il termine “limoncello” deriverebbe da un vezzeggiativo della parola “limone” e si riferiva inizialmente ad una varietà di limoni di dimensioni più contenute.

Secondo il “Vocabulario de las dos lenguas Toscana y Castellana” di Cristóbal de Las Casas, il termine limoncello era già in uso nel 1590.

La terza edizione (1691) del vocabolario degli Accademici della Crusca riporta il termine limoncello con il significato  (o accostamento) di “acqua cedrata”.

Per chi volesse provare a fare il limoncello a casa, vi lascio un breve video con la ricetta: https://www.youtube.com/watch?v=rR4qLmpJdh0

LA PASTA 

Se ti dico “Italia” qual è la prima cosa che ti viene in mente? Scommetto che “pasta” e “pizza”.

Ebbene sì! Lunga, corta, magra, larga, attorcigliata, arricciata, pizzicata, legata: la pasta in tutte le sue gloriose forme è onnipresente in Italia.

Il mito vuole che sia stato Marco Polo a portarla in Italia dopo il suo viaggio in Cina, ma ci sono prove che la pasta esisteva già nel Bel Paese.

Gli inizi della  pasta risalgono alla Cina, in cui i “noodles” a base di riso e altre farine, erano l’alimento base sia in Cina che tutta l’Asia nell’antichità.

Alcuni documenti suggeriscono che gli arabi originariamente introdussero i “noodles”  nei Paesi del Mediterraneo nell’VIII secolo e si sa dell’influenza culinaria araba nella cucina siciliana.

Dal XII secolo  l’uso del grano duro fu necessario per produrre  una pasta  più robusta che, assieme alla nuova tecnica di essicazione (favorita sia dal clima soleggiato della Sicilia e dell’Italia meridionale che dalle fresche brezze marine), resistesse all’ebollizione mantenendo consistenza e gusto gradevoli.

Infatti, la pasta fresca è tipica delle regioni settentrionali del Paese e viene preparata con acqua, farina e uova, e consumata “fresca”, cioè ancora “morbida”.

La pasta secca, invece, utilizza solo semola di grano duro e acqua, ed è realizzata con trafile al bronzo che le conferiscono una consistenza particolarmente ruvida, perfetta per trattenere meglio il sugo. Fondamentale per questo tipo di pasta è il processo di essiccazione, che la rende più durevole nel tempo.

La pasta allora era considerata il cibo degli aristocratici per via degli alti costi di manodopera: il grano duro doveva essere pestato all’infinito da lavoratori scalzi, ridotto in particelle delicate tali da creare un impasto.

Nel 1600 incominciò la produzione meccanica della pasta a Napoli, il che la rese di facile accesso e si diffuse rapidamente in tutta Italia. Dal 1700 al 1785 nella sola Napoli le botteghe di pasta passarono da 60 a 280.

Pasta e sugo di pomodoro è un connubio perfetto ma, bisognerà aspettare fino al 1893  per trovare la prima ricetta documentata.

E’ risaputo che Gioachino Rossini era un amante della buona cucina e gli vengono attribuite alcune frasi come questa: “l’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore”.

Ascoltiamo, e prendiamo nota, di questa sua ricetta dei “maccheroni alla Rossini”:

https://www.youtube.com/watch?v=L73TDsHxV8k&list=PLVFUVm52Uk-Lbvt8Mun6Va-rt1HxT6XSf

Anche se gli italiani non possono rivendicare la sua invenzione, possono rivendicare inequivocabilmente la proprietà della storia d’amore dell’Italia con la pasta che viene mangiata oggi in tutto il mondo e la fa da protagonista anche in alcune scene indimenticabili del cinema italiano.

Salutiamoci con un sorriso guardando questo siparietto sulla pasta con le sarde dei  comici siciliani Ficarra e Picone:

https://www.youtube.com/watch?v=gAW26q-t25A

IL PROSECCO

Una delle tante eccellenze italiane è quella dei vini. Oggi – anche se non dobbiamo brindare ad un incontro come cantava Peppino Di Capri – ci occuperemo del Prosecco.

Il Prosecco è un vino bianco a Denominazione di Origine Controllata (DOC) prodotto in Veneto e Friuli-Venezia Giulia nelle colline di Conegliano Valdobbiadene, che dal 2019 sono state inserite nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO: https://www.youtube.com/watch?v=4k9sxwEnBiE

Nell’antichità veniva decantato il vino “pucino” ed ai primi del Cinquecento la “ribolla”, prodotta a Trieste, venne dichiarata erede naturale del pucino per dare maggiore visibilità a questo prodotto che era inviato, appunto da Trieste,  in quantità alla casa d’Asburgo. Più tardi fu necessario distinguerla da altri vini prodotti a Gorizia e venne definita la caratterizzazione derivante dall’identificazione del luogo di produzione.

Esistono tre tipologie di Prosecco: il Prosecco propriamente detto, chiamato anche tranquillo; il Prosecco spumante ed il Prosecco frizzante.

In tutti i casi si tratta di un vino dal colore giallo paglierino, dall’odore fine e dal sapore fresco. La variante spumante può essere brut, extra-dry o dry, mentre le altre sono solo secche.

Qual è la differenza tra prosecco e spumante? Lo spumante può essere prodotto in qualsiasi zona e con qualsiasi vitigno. Il prosecco, invece, che è una DOC può essere prodotto solo in alcune zone del Veneto e del Friuli Venezia Giulia e dai vitigni Glera, Verdiso, Pinot bianco, grigio o nero e soltanto con metodo Charmat (questo metodo prevede che la seconda fermentazione avvenga in vasche d’acciaio inox e non in bottiglia).

Lo Champagne, invece, viene fermentato secondo il tradizionale metodo “champenoise”, in base al quale la seconda fermentazione avviene in bottiglia.

In questo brevissimo video si può apprezzare il percorso dalla vigna al calice:

https://www.youtube.com/watch?v=Zt2XerE8P5E.

 

Il Prosecco ormai è entrato a far parte della vita quotidiana degli italiani: come aperitivo (da solo o accompagnato da tartine con salmone o caviale, patè o formaggi e salumi), come vino da pasto (si abbina benissimo con moltissime varietà di pesce e con verdure come asparagi e radicchio trevisano).

E con il dolce? Con il dolce, proprio no! In questo caso le regole degli abbinamenti seguono il principio della concordanza, ovvero dolce con dolce.

 

TOPINAMBUR 

Oggi prendiamo di mira il topinambur, chiamato anche rapa tedesca, carciofo di Gerusalemme o girasole del Canada. In realtà il suo nome scientifico è “helianthus tuberosus” che deriva da due parole greche “helios” (sole) e “anthos” (fiore) in riferimento alla tendenza di queste piante a girare sempre verso il sole.

E’ una pianta perenne, il cui organo di sopravvivenza è un tubero da un anno al successivo, il quale viene usato come ortaggio e per questo viene chiamata anche “patata topinambur”.

I tuberi di topinambur si prendono in inverno, sono molto nutrienti e grazie al contenuto di inulina è una pianta molto indicata nella dieta di persone diabetiche.

Per chi fosse  interessato ad usarlo in cucina, la loro cottura è simile a quella delle patate. Possono essere consumati anche crudi con sale e pepe. Nella cucina piemontese sono tipici con la bagna càuda, con la fonduta o anche trifolati, mentre in quella siciliana trovano un uso sporadico nella farcitura di focacce.

Nella regione tedesca del Baden-Württemberg il topinambur viene utilizzato per produrre un liquore chiamato “Topi” considerato un digestivo.

A dimostrazione che anche di un tubero si può parlare poeticamente, vi lascio il link di  un breve video in cui l’attore Paolo Triestino legge un brano tratto dal libro “Suite bohémien” di Alessandra  Bernocco: https://www.youtube.com/watch?v=4Kk1jCdORMY&feature=share&fbclid=IwAR3quMqTwuzlPPnK53qw3a295t9AQ_bB4P_J1BMnbAx1Wx0NYWnnY8ufhFU

IL BAROLO

«Vinum regum, rex vinorum«, cioè  vino dei re e re dei vini. Da secoli è questa l’espressione che accompagna il Barolo, uno dei vini rossi più noti in Italia e nel mondo.

La storia del Barolo ha inizio 2500 anni fa: i primi estimatori di questo vino  furono i Galli ed in seguito i Romani  restarono colpiti dalla qualità del vino della zona di Alba (allora Alba Pompeia).

In alcuni documenti storici del 1268, conservati al castello di Rivoli, si cita l’uva del Nebbiolo. Ma la sua coltivazione e la produzione del vino si sviluppò nel Rinascimento.

Il Barolo cominciò ad avere notorietà nel 1751 quando un gruppo di diplomatici piemontesi spedì a Londra una partita di quel vino ed ebbe  grande successo ed il futuro Presidente degli Stati Uniti Jefferson lo definì “quasi amabile come il Bordeaux e vivace come lo Champagne”.

Il Barolo moderno nasce intorno al 1830. I Falletti avevano importanti proprietà terriere nel Comune di Alba dal 1250. Alla morte di Carlo Tancredi Falletti, la sua vedova acquisì tutte le proprietà della famiglia, chiamò l’enologo francese Louis Oudart che applicò le tecniche usate per i grandi vini francesi sul vino prodotto in quelle terre.

Anche i Savoia acquisirono terre nella zona di Alba e si dedicarono alla produzione di vino ed il Barolo divenne il vino ufficiale dei banchetti.

Camillo Benso, conte di Cavour, chiamò Louis Ourdart a curare il vino nelle proprietà di famiglia nella zona. E così che nacque lo stile moderno del Barolo che, per la prima volta nel 1844, venne imbottigliato come vino secco e fermo.

Come servire il Barolo? La temperatura ideale è di 18-29 gradi e gli abbinamenti più tradizionali sono quelli con piatti a base di carne rossa, come arrosti, brasati, selvaggina, ma anche formaggi stagionati a pasta dura.

Se parliamo di vino non possiamo non ricordare la parola d’ordine “Cin-cin” che ha un lontano origine in Cina.

Durante il regno dell’ultima dinastia cinese dei Qing (1644-1912). Era un’abitudine tipicamente cinese  offrire del tè agli ospiti marinai e commercianti durante le trattative usando l’espressione qing.

Il suono piacque così tanto agli inglesi che ne fecero un saluto un po’ scherzoso, con il senso di ‘buona giornata’, diffondendolo prima nell’Inghilterra vittoriana e poi gradualmente in tutti i Paesi europei.

Non si sa con esattezza quando il ‘cin cin’ sia stato introdotto in Italia, presumibilmente bisogna risalire all’inizio del XX secolo, come in Francia.

IL CIBO NELL’ ARTE 

Ovunque troviamo programmi televisivi dedicati alla gastronomia: chef che preparano e ci insegnano a cucinare pietanze di tutto il mondo e concorsi per dilettanti o aspiranti a cuochi.

 

Mangiare con gli occhi, avere l’acquolina in bocca, divorare con lo sguardo, consumare un matrimonio, nutrire appetiti sessuali, partire per la luna di miele, come vediamo il nostro comune modo di esprimerci è tempestato da locuzioni gastronomiche.

Mangiare e’ un atto indispensabile: mangiamo per nutrirci, ma anche per stare insieme, per interagire con chi ci sta accanto e con l’ambiente.

Con l’atto del “far da mangiare” nutriamo corpo e spirito, trasformiamo materie prime e cuociamo alimenti. Vediamo il cibo non solo come bisogno primario, ma anche come materia plasmabile, da ammirare, da offrire, da percepire con tutti i sensi. Cibo per godere dei piaceri della vita.

 

Da sempre, il cibo ha ricoperto un ruolo molto speciale nelle opere d’arte di tutte le epoche.

Nell’arte preistorica la rappresentazione dell’approvvigionamento del cibo acquista significati magico-propiziatori.

La vitalità che trapela dalle raffigurazioni murali delle tombe etrusche è  la testimonianza visiva di una comunità gaudente e ricca, che riusciva a trasferire nell’aldilà le abitudini di vita del defunto ricreando l’ambiente nel quale  aveva vissuto, anche con strumenti e suppellettili della cucina.

Nella società romana il banchetto costituisce un comune denominatore tra il mondo terreno e l’aldilà. Pitture, sculture e arredi funerari ritraggono spesso il defunto banchettante e sdraiato.

Nel periodo imperiale la simbologia del banchetto allude alla caducità della vita e invita al pieno godimento dei piaceri della tavola.

Nel periodo cristiano il banchetto assumerà un diverso significato, strettamente rituale. Nelle catacombe romane dei S.S. Marcellino e Pietro si trovano diversi affreschi raffiguranti banchetti in cui il vino è protagonista e simbolo dell’agape.

Nell’alto Medioevo il cibo era considerato dono di Dio e frutto di duro lavoro e quindi abbondano scene agricole e di trasformazione delle materie prime.

Solo nel tardo Medioevo appaiono scene di banchetti, feste, osterie, tavole imbandite.

Da sempre il cibo rappresentato nel quadro ha rivelato lo status sociale dei suoi protagonisti (pane e legumi per i poveri, dolci e selvaggina per le classi elevate).

Tra il 1500 ed il 1700 l’arte rappresenta l’alternarsi dei periodi di abbondanza e carestia che hanno accompagnato l’esistenza dell’uomo.

Arriviamo al XX secolo, siamo negli anni ’60. Nonostante siano gli anni del boom economico in Italia, Rita Pavone porta al successo una canzone che evoca un piatto povero della cucina contadina toscana, “La pappa col pomodoro” (https://www.youtube.com/watch?v=TZ5Zwrcvvaw).

I tempi sono cambiati e oggi  la pappa al pomodoro non è più considerata un piatto povero, anzi viene consigliata come molto salutare da medici e dietologi.

L’origine contadina di questo primo piatto è testimoniata dai suoi ingredienti semplici: pane toscano raffermo, pomodori freschi, aglio, basilico, olio extra vergine di oliva, sale e pepe.

Dato che in questo periodo di isolamento tutti passiamo più tempo in cucina, vi lascio il link con la ricetta (è molto facile) nel caso qualcuno di voi volesse prepararla: https://www.cucchiaio.it/ricetta/ricetta-pappa-pomodoro/.

E poi, ovviamente, mandateci una foto del vostro capolavoro!

Un’informazione importante per le signore: ogni porzione di pappa al pomodoro ha soltanto 70 calorie!

 

PANE TOSCANO

Sandro Botticelli e Leonardo da Vinci, dopo il loro incontro nella bottega del Verrocchio, avrebbero cementato l’amicizia aprendo un’osteria chiamata “Tre rane” sul Ponte Vecchio a Firenze. La clientela sceglieva il menù, sia leggendo le pietanze scritte da destra a sinistra dal mancino Leonardo, sia indicando le immagini disegnate dal Botticelli. L’elenco delle portate era molto ricco: dalla ribollita all’arista, dal baccalà ai ranocchi fritti. Ma – nonostante l’inventiva di Sandro e Leonardo –  l’osteria non ebbe lunga vita facendo perdere tracce di sè.

Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina, umanista e gastronomo italiano di quell’epoca, consigliava di tenere le rane (debitamente spellate e private della bile) per un giorno ed una notte nell’acqua fresca. Dopodichè asciugarle bene, infarinarle e metterle in una padella con abbondante olio caldo. Salare, pepare e far rosolare bene le rane da entrambe le parti, avendo cura di muoverle spesso. In una scodella battere delle uova con sale, pepe e limone; versare il composto sui ranocchi e completare la cottura a fuoco basso senza muovere la frittata.

Ciò che non ci dice è che sicuramente questa pietanza si accompagnava con dell’ottimo “pane toscano”, che a tutt’oggi è una delle eccellenze della cucina italiana e che gode del marchio “DOP” (Denominazione di Origine Protetta).

La storia italiana della panificazione è lunga e ricca. Gli etruschi, tra i primi italiani, adornavano le loro elaborate pareti tombali con scene di banchetti che includevano la macinatura dei grani.

Il pane toscano DOP ha un aspetto rustico, con linee spolverate di farina e una crosta color nocciola ed è insipido perché senza sale.

La leggenda racconta che, durante uno dei contrasti dovuti alla rivalità tra Pisa medievale e Firenze, il fiume Arno fu bloccato dall’esercito pisano, tagliando così la consegna di sale a Firenze. Ma i fiorentini continuarono a cuocere il pane … senza sale!

Un’altra spiegazione ci dice che il sale, un bene prezioso durante il Medioevo per la sua capacità di conservare gli alimenti, è stato tassato in eccesso. Il popolo non poteva permetterselo e, quindi, il pane quotidiano era fatto senza sale.

 

Vi lascio il link con la ricetta per fare il pane toscano a casa nel caso qualcuno di voi volesse cimentarsi in cucina: https://www.lacucinaitaliana.it/tutorial/i-consigli/pane-toscano/ perché sono sicura che nessuno di voi avrà il coraggio di preparare le rane … o sbaglio?